Sola

Sabato vado a fare un tatuaggio. L’ottavo tatuaggio. La mia filosofia di vita, per sempre impressa sul mio costato. A imperitura memoria, a simboleggiare che io mi rialzo sempre.

Vado da un tatuatore che non conosco – e già è strano. Ci vado perché mi sono fidata di un collega, che mi ha detto che è molto bravo. E siccome detto collega è un quadro vivente ed è un’ottima pubblicità di questo tatuatore ho deciso di dare una possibilità.

Lui anche ha un appuntamento, sabato. Stesso posto stessa ora. Ma per motivi che non mi sono chiari, non vuole che andiamo con una macchina sola.

E va bene, mi sono detta, ci vado per conto mio. Peccato che ho scoperto oggi che lui non andrà solo, si fa accompagnare da un altro amico comune.

E quindi riflettevo. Riflettevo che per me questo tatuaggio ha un significato grande ed andare da sola non mi pesa. Non mi pesa fare quasi cinquanta km in auto, non mi pesa la solitudine del lettino, non mi pesa non avere una persona che mi tiene la mano.

E la stessa cosa per ogni ambito della mia vita. Non mi pesa fare le cose da sola. 

Quello che mi pesa, in ogni ambito della mia vita, è sentirmi promettere che qualcuno ci sarà, e poi scoprire che no. Ma non che non ci sarà in senso assoluto. Non ci sarà per me. Sarà presente, ma non per me.

Forse per quello ormai preferisco stare sola.

Io sono

Chi sono io?

Scrivo dal letto, con un gatto [sì, un altro, comparso nel giardino di casa due mesi fa] che mi lecca il mento con la sua lingua ruvida.

Non scrivo da tanto. E tante cose sono cambiate.

Una casa.

Tre lavori.

Io.

Di fianco a me, i miei uomini dormono – quando il gatto è fuori per corsi di formazione, i topi dormono nel lettone insieme. E quando il gatto torna si adatta allo spazio che rimane.

Non so nemmeno io da che parte iniziare. Ho pensato di morire. Poi sono rinata. Poi sono finita a terra di nuovo, e di nuovo mi sono tirata su.

Sarà per quello che tra poco più di dieci giorni mi andrò a tatuare, bello in grande, quel “cadi sette volte rialzati otto” che da sempre mi risuona nella testa. L’ottavo tatuaggio. Ormai smetto di dire che è l’ultimo.

E poi studio. E mi studio. Vado in crisi, affronto tempeste emotive e terremoti emozionali.

Ho bisogno di scrivere perché da qualche parte tutto quello che sta uscendo deve andare a depositarsi.

Non dirò più che è un periodo difficile. Dirò che è una grande sfida. La mia sfida. E un passo alla volta arriverò alla fine.

E se dovessi cadere…mi rialzerò. Ancora, e ancora, e ancora. Sempre una volta in più.

Cambiare

Oggi è successa una cosa.

Eravamo a un pranzo con amici, tutte famiglie monofigli. Io, l’unica che allatta ancora il pupo di 20 mesi. Pupo che, va detto, preferisce di gran lunga giocare che stare attaccato alla mia tetta – come è giusto che sia.
Ad ogni modo, quando a un certo punto è venuto a richiedere una poppata, una mia amica mi ha guardata, con quest’aria di commiserazione, dicendomi “…ma come, allatti ancora?”, come a sottintendere “tu, madre strana, schiava di tuo figlio, tu, madre italica che vuol tenerselo incollato a sè”.

In macchina l’ho detto a mio marito che, di tutta risposta, mi ha dato una risposta che non mi aspettavo.
Certo che sei come gli ebrei. Solo tu puoi fare battute e lamentarti su di te.

Mi ha colpito tipo fulmine a cielo sereno. La mia prima reazione è stata dirgli mbeh, certo! Io posso! 
Ma, subito dopo, mi sono chiesta…ma perché io posso?

Cosa me ne viene in mano a lamentarmi che mio figlio si attacca ancora? Più in generale, cosa me ne viene in mano a lamentarmi della stanchezza, o della sveglia la mattina, o del caldo o che so io? Non ho altri argomenti di conversazione?

Tempo fa, un amico, conoscendo la mia passione per i libri, di ritorno da un viaggio di lavoro in America mi portò qualche libro in inglese.
Uno di questi si intitola “The happiness project”. Ricordo che lo lessi, che pensai che era una cosa carina, e che archiviai la cosa in uno dei miei cassettini della memoria. Senza mai tirarla fuori.
Oggi, invece, questa cosa mi è tornata prepotentemente in testa, complice il fatto che la mia, la nostra vita, è in pieno cambiamento ed espansione. E ho deciso di provarci.
L’Happiness Project dura un anno ed è fatto di passi, più o meno piccoli, che sommati uno all’altro diventano abitudini che, di conseguenza, diventano vita. Mi sembra il momento migliore di provarci, e buttarmi, e magari tenere anche un diario dei progressi.

Basta lamentele.

Crescendo

Sono le undici di sera e sto terminando di lavorare.

Avevo delle cose arretrate, quindi alle nove ho delegato MiniMe e la gestione della casa a QuelloGiusto e mi sono messa al pc.

Loro sono usciti, hanno fatto una passeggiata, sono rientrati, si sono messi a letto.
Mi aspettavo di sentire urla, pianti e stridore di denti – quelli che hanno accompagnato ogni nanna in cui non c’ero io, fino a poco, pochissimo tempo fa.
Invece, quello che ho sentito sono state risate, versi di animali, la sigla di Peppa Pig. E il silenzio.
Un’ora fa, mio marito è venuto in cucina: “Dorme”, mi ha detto.

Per la terza volta in quattro giorni, si è addormentato senza tetta, e senza di me.

Il mio MiniMe sta crescendo a una velocità bestiale. E sono cose che, nei momenti più neri, mi auguro succedano sempre più velocemente – perché sono stanca, perché vorrei fare pipì in santa pace, perché mi piacerebbe finire ciò che inizio.

Ma intanto, venerdì ha dormito per la prima volta dai nonni e non ha fatto una piega.
Sabato si è addormentato senza tetta, e stasera pure.

E a me un po’ tremano i polsi, mentre osservo orgogliosa i suoi progressi.

E sento sempre più vera la frase della canzone di Elisa:
Sarà difficile
Mentre piano ti allontanerai
A cercar da sola quella che sarai

Già è difficile ora. Difficile, ma impagabile.

Quando ci siamo conosciuti, io stavo pensando di adottare un gatto. QuelloGiusto, per far colpo su di me, mi aveva accompagnato a prenderne uno.
Era stato un colpo di fulmine tra me e questo splendore.
Qualche mese dopo, avevamo deciso di adottare una gatta – questa volta il colpo di fulmine era stato tra lei e QuelloGiusto.
Dopo di loro, ne arrivò un terzo – e, alla morte del mio primo adorato micione, un quarto.

Avere gatti in casa è sempre stata la nostra normalità. Ce li ritrovavamo nel letto, sul tavolo, seduti in grembo, sulle spalle…insomma, la normalità di chiunque abbia uno o più felini in casa.

I nostri pelosi sono sempre stati parte integrante della nostra vita, circondati da persone che i gatti li tolleravano poco, e che non capivano che cosa ci trovassimo in quei tre. E perché li vaccinassimo, li tenessimo in casa, permettessimo loro di dormire sul nostro letto.
Per noi era normale. Per noi era pura e semplice Vita.

Poi è successo qualcosa.
Sono rimasta incinta. E sono iniziati i problemi.
Non subito, però. I problemi sono iniziati a gravidanza inoltrata. La gatta ha iniziato a non sopportare più il mio odore e a fare pipì ovunque, tranne che nella sabbietta.
Ho provato a cambiare il cibo che mangiavano. A coccolarla di più. A lavare i pavimenti con prodotti diversi, cercando di individuare la fonte del suo malessere. E lei in tutta risposta faceva i bisogni sulla porta d’ingresso, o nelle scarpe di QuelloGiusto.
Quando mi si avvicinava, mi annusava sdegnosa e se ne andava.

“E’ una fase”, ci eravamo detti. “Quando nascerà il bambino tutto questo nervosismo le passerà”.

Poi è nato MiniMe, e i primi tempi sembravano darci ragione: la gatta era tornata ad essere se stessa!
Inutile dirlo: un enorme sospiro di sollievo da parte mia, che già mi sentivo la più inesperta delle neomamme, e vivere costantemente con mia madre che mi diceva che avrei dovuto dar via i gatti mi aggiungeva stress a stress.

Purtroppo, abbiamo scoperto presto che si trattava di calma apparente. Già dopo due mesi, la gatta aveva ricominciato con i bisogni itineranti. E a lei si era aggiunto il maschio più grande. Il più piccolo, invece, giocava a prendere la rincorsa e ad atterrare a pochi cm dalla testa di MiniMe.

Ma, di nuovo, ci siamo detti “è una fase, si devono abituare al piccolo”.

Sono passati i mesi, io ormai non dormivo più. Allattavo MiniMe, mi alzavo dal letto, pulivo una pipì della gatta dalla porta e una popò del gatto dall’ingresso, disinfettavo e tornavo a letto. E di giorno, lavoravo e a casa seguivo la stessa routine.
Quando è arrivato il caldo i problemi si sono moltiplicati, perché loro hanno continuato coi bisogni itineranti, e nel condominio l’odore per le scale si sentiva tantissimo, con relative lamentele da parte dei vicini e dell’amministratore.
Inoltre MiniMe iniziava a muoversi, e il gatto più piccolo lo prendeva come bersaglio mobile per i suoi agguati.

Ma, ancora, mi ripetevo “è una fase, capirò dove è il problema, passerà e la nostra convivenza tornerà serena”.

Ecco, no.
Perché poi sono cominciati i problemi di salute.

Miei, in primis. Una depressione post partum, non riconosciuta e non curata, è esplosa in tutta la sua potenza e in crisi di panico. E il pensiero di tornare a casa e dover pulire pozze di pipì e popò di gatto, oltre a tutto il resto, mi rendeva isterica.
La cosa provocava litigi con QuelloGiusto, che mi causavano crisi di panico, che causavano litigi…Se ci ripenso ora, mi sembra di parlare di un’altra persona e di un’altra vita…una spirale viziosa di merda, che si è conclusa un sabato mattina.

Quel sabato mattina era iniziato male. La sera prima avevamo discusso, eravamo stanchi. MiniMe già gattonava e stava seguendo la gatta. Lei, ovviamente, scelse proprio quel momento per una delle sue pipì itineranti. Agguantai al volo MiniMe prima che ci volasse dentro, presi uno straccio per pulire, in tempo per sentire la voce di QuelloGiusto, aspra e ancora alterata per i litigi della sera prima, dirmi “Che schifo. Fai vivere tuo figlio in una fogna”. Detto questo, prese la porta e via.
Sono rimasta immobile. MiniMe in braccio, lo straccio per pulire nell’altra mano. Addosso un freddo gelido, una paura indicibile. Ricordo di aver preso il cellulare, di essermi accasciata a terra e chiesto a mia madre di chiamare il 118, perché mi sentivo male e non riuscivo a muovermi. Ricordo che arrivarono lei e mio padre, e mentre uno mi infilava sotto la doccia l’altra prendeva MiniMe e lo portava via. Ricordo che mentre mio padre mi caricava in macchina, QuelloGiusto stava tornando. Ricordo i suoi occhi. Ricordo che, una volta a casa dei miei, mi chiese perché non avessi chiamato lui. E ricordo nettamente il suo sguardo quando gli dissi che avevo paura che non mi avrebbe risposto. E che avevo paura di morire.

Due giorni dopo, prendemmo la soffertissima decisione di allontanare i nostri gatti.

A distanza di quasi un anno, mi rendo conto che la nostra qualità della vita è nettamente migliorata – ne è dimostrazione che i litigi quasi non esistono più, e quando esistono sono pacati e da persone adulte.

Perché oggi allora ne parlo? Perché oggi ho visto la pubblicità dell’adozione dei nostri gatti. Il che significa che sono ancora in una gabbia, da un anno. E la cosa mi ha fatto stare male. Perché la decisione di darli via è stata presa per aiutare me, ma anche loro, che vivevano male per tanti motivi che non sono riuscita a capire. E perché nella descrizione della richiesta di adozione, è specificato “sono qui NON per colpa dei gatti”, ed è vero, e ho bisogno di scriverlo e metterlo in chiaro.

Li abbiamo portati in gattile perché io avevo una brutta depressione ed ero prossima a un esaurimento nervoso. Li abbiamo portati là perché stavo male, e vivevo con l’ansia di dover pulire. Perché quando entravo in casa non potevo lasciare che mio figlio gattonasse a terra, ma prima dovevo fare una ricognizione stanza per stanza per controllare che non ci fossero pipì e popò, e quando le trovavo (sempre) dovevo chiudere mio figlio in un’altra stanza per pulire quella sporca. Da solo. A pochi mesi. E io sono una mamma ad alto contatto. Perché avevo l’angoscia che un giorno il gatto piccolo non avrebbe sbagliato mira e gli avrebbe cavato un occhio quando gli faceva gli agguati.

Per tutto questo io mi sento una persona orribile.
Perché anche se mi rendo conto che la nostra vita ora è migliore, non voglio riavere i gatti. Anche se a volte mi mancano. Anche se forse riprenderli con noi mi permetterebbe di sentirmi “una brava persona”.

Non credevo che sarei mai stata una di quelle “che abbandona”. Eppure eccomi. L’ho fatto perché stavo male io, e perché volevo che stessero meglio loro. Un senso di colpa che non mi molla. E che non so quando mi mollerà.

Trentacinque giorni

QuelloGiusto ed io siamo due montanari.
Abituati da sempre a camminare, i nostri finesettimana migliori li abbiamo passati macinando chilometri su chilometri in salita, col sole e con la neve, col caldo e col freddo.
Partenza alle quatto del mattino, così da vedere il sole che sorge e che accompagna i nostri passi.

Ovviamente, la nascita di MiniMe ci ha rallentato un po’: io col pancione avevo il fiato corto, il nano sopra i 1800 metri iniziava a lacrimare, eravamo lenti rispetto al passo da stambecco di mio marito…

Quindi, quando ci hanno proposto una camminata di gruppo sulle ciaspole, a metà marzo, abbiamo accettato al volo. Perché camminare ci mancava tanto.
Il giro era da circa undici km. Una bazzecola.
[Un paio di mesi prima di sposarci avevamo camminato per più di 60 km in due giorni.]

Prepariamo noi, prepariamo MiniMe, partiamo.
E il passo è buono! Riusciamo a tenere un buon ritmo, nonostante siamo nella neve fresca e ad ogni passo, sebbene le ciaspole aiutino, ne tiriamo su parecchi centimetri.
Siamo quasi a metà strada. Sto ridendo e scherzando con i compagni di gita, ormai vedo il giro di boa che ci riporterà indietro…

E non so come ho fatto. Ho tirato su il piede, e insieme alla ciaspola sono saliti anche 30 cm di neve. Che mi hanno sbilanciata. Che mi hanno fatta cadere.

E mi sono rotta il polso.
Sì, nella neve fresca. Sì, è possibile.

Frattura scomposta di radio e ulna, perché le cose o si fanno bene o non si fanno.

Succedeva il 13 marzo.
Il 16 hanno operato QuelloGiusto, per un sospetto tumore maligno alla tiroide.

Gli ultimi trentacinque giorni sono stati tosti. Fingi che non sia successo niente, che il gesso sia un abbellimento e che non stiamo aspettando l’istologico che ci dirà se serve la radioterapia. Cerca di far capire a MiniMe che mamma non può proprio prenderlo in braccio (e devo ammettere che lui ha trovato ottime soluzioni). Ridi e scherza, e smettila di pensare di essere parte di una famiglia di sfigati.

Trentacinque giorni intensi.
In cui abbiamo scoperto di essere una gran famiglia, e una gran coppia. In cui QuelloGiusto ha capito che vita fa una mamma (allattamento escluso) e questo mi sembra molto promettente per il futuro. In cui abbiamo prenotato le ferie e sognato un po’, approfittando della mutua condivisa.

Trentacinque giorni appena finiti, che hanno portato la rimozione del gesso senza interventi chirurgici (per me) e la notizia che quella roba brutta era un adenoma, da togliere ma non maligno (per lui).

E ora sì che respiriamo meglio, nonostante l’aria non sia (ancora) quella limpida della montagna che tanto amiamo.

Non ve l’ho detto, vero?

Domenica era il compleanno di mia nonna.

95 anni, e ci seppellirà tutti.

Settimana scorsa mia mamma ci ha chiesto se ci saremmo stati al pranzo di compleanno. Domanda retorica che prevedeva un sì come risposta.
Quindi le dico che ci siamo, le chiedo a che ora ci troviamo.

Non mi dice dove, do per scontato che sia a casa dei miei (l’unica abbastanza spaziosa per ospitare dalle dieci alle venti persone, ovvero il minimo sindacale di parenti ai nostri pranzi di famiglia).

Domenica mattina eravamo tranquilli e coccoloni. Abbiamo giocato con MiniMe, siamo usciti al parco giochi, abbiamo fatto un po’ di pulizie. Alle dodici decidiamo che si era fatta quasi l’ora di andare, ci bardiamo per affrontare il freddo ed usciamo.
Usciamo così come eravamo, jeans e felpa tutti e tre. Ho smesso di vestirmi e truccarmi a festa per andare dai miei, a parte a Natale, perché tanto tra aiutare a cucinare e ad apparecchiare e sparecchiare è abbastanza inutile agghindarsi.

Arriviamo dai miei, suoniamo il campanello. Mia madre mi apre.
Agghindata a festa.
Ci guarda.
Jeans, felpa, scarpe da ginnastica, berrettone col ponpon (io e MiniMe) e di Star Wars (QuelloGiusto). Giaccone da battaglia.
“…”
“…”
“…non ve l’ho detto, vero?”
“non ce l’hai detto… Cosa?”
“che andiamo al ristorante.”

Credo che sulla mia faccia sia apparso in sovraimpressione il *caaaaaaaazzzzzzzzz* come a Bridget Jones dopo la figuraccia col suo capo.
Bene, ristorante.

Spedisco QuelloGiusto a casa a recuperare giochi, bicchiere, bavaglio e un cambio a MiniMe, mentre io e il nano ci strizziamo nell’Opel Corsa di mia sorella, insieme a quest’ultima, il suo fidanzato e mia madre.
Ovviamente, tutti tirati a festa.
Mia sorella bellissima, nello splendore dei suoi vent’anni, con tacchi e abitino di pizzo.
Suo moroso altrettanto elegante.
Mia madre non parliamone.
Io e MiniMe…beh. L’ho già detto.

Arriviamo al ristorante. Entro e al tavolo c’erano quasi venti persone, tutte tirate a festa. Mia madre mi dice all’orecchio “scusa, scusa, io non so come ho fatto a dimenticare di avvertirti…”

Mi siedo cercando i lati positivi e non trovandoli.
Poi arriva QuelloGiusto, con tutto il bagaglio di MiniMe. Si toglie la giacca, si siede di fianco a me.

“…”
“…”
“…ma come sei vestito?”
“Beh, ero a casa. Ne ho approfittato. Mi sono cambiato. Potevo mica venire al ristorante vestito in quel modo…”

Eh, infatti.

Alla fine, a questo pranzo io e MiniMe eravamo gli unici vestiti da tutti i giorni. Ma ne sono stata felice, quando lui ha infilato il braccio nell’antipasto e me l’ha spiaccicato sul maglione.

Però nella foto di gruppo mi sono nascosta 😀